La famiglia secondo Bert Hellinger

Bert Hellinger, psicoanalista tedesco, ha sviluppato negli anni ’80 un metodo di terapia familiare sistemica transgenerazionale: le costellazioni familiari. In base a questo approccio, le persone, per fedeltà inconscia al sistema familiare di appartenenza, mostrano sintomi e riproducono comportamenti non desiderati come riflesso di conflitti non risolti dalle generazioni precedenti. I principi che regolano i sistemi familiari sono:

  • l’appartenenza: tutti i membri hanno lo stesso diritto di appartenere; l’esclusione di una persona provoca uno squilibrio nel sistema, obbligando un altro soggetto a rappresentarlo;

  • l’ordine: ognuno ha il proprio posto, innanzi tutto in base all’ordine cronologico di nascita; i genitori vengono prima dei figli, il primogenito ha la precedenza sul secondogenito, e così via; colui che occupa un posto non suo non potrà vivere pienamente il suo destino;

  • l’equilibrio tra dare e prendere: se chi ha preso non ricambia equamente chi ha dato, qualcun altro all’interno del sistema sarà chiamato a ripagare i debiti; onorare e ringraziare chi ha dato di più è un modo per ristabilire l’equilibrio.1

Se all’interno di una famiglia si generano degli squilibri in uno o più dei livelli sopra descritti, o se qualcuno non si assume il peso del proprio destino e/o la responsabilità delle proprie azioni, un membro della nuova generazione sarà chiamato inconsciamente a compensare, per amore della famiglia.

La visione sistemica apre la consapevolezza all’importanza della dimensione familiare per la vita del singolo, e ancor più per la coppia che entra nella dimensione genitoriale. All’interno del sistema “coppia”, infatti, entrano a far parte non solo i due partners, ma anche le loro famiglie d’origine e i partners precedenti.

Secondo la visione di Hellinger, infatti, non si può sfuggire ai suoceri: non ci si lega soltanto alla persona come singolo, ma anche ai suoi genitori e, in una visione ancora più ampia, a tutta la sua famiglia d’origine, come fonte di regole e tradizioni. Affinché un rapporto di coppia abbia successo, ognuno dei due compagni deve lasciare la propria famiglia. Non soltanto in senso esteriore: ciascuno deve lasciar perdere alcuni principi che valgono nella sua famiglia e costruirne con il proprio compagno di nuovi che in un certo senso facciano giustizia ad entrambe le famiglie. Su questo nuovo piano, la coppia può vivere un rapporto interiore. C’è chi dice: la mia famiglia va benissimo, a differenza di quella del mio compagno. Questo avvelena il rapporto di coppia. Chi sposa una persona deve sposare anche la sua famiglia. In altre parole, deve rispettare la famiglia dell’altro come se fosse il compagno stesso. Solo così questo amore può funzionare.” (Hellinger)2

La rinegoziazione delle regole familiari è indispensabile anche riguardo l’educazione dei figli. I neo-genitori, nella ridefinizione dei codici genitoriali ereditati, devono attraversare l’angoscia di separazione dalle famiglie d’origine: devono essere disposti a tradire il sistema d’appartenenza per generarne uno nuovo, sopportando il conseguente senso di colpa. Solitamente padre e madre considerano giusto ognuno ciò che era considerato giusto o mancava nella propria famiglia d’origine. Il figlio segue e accetta come giusto ciò che è importante o che manca per i suoi genitori. Se uno dei due genitori si impone sull’altro in termini educativi, il bambino si allea con il genitore sottomesso. Da qui l’importanza per i partners di superare la dualità giusto-sbagliato, di accettare anche le regole familiari dell’altro e di rinegoziare uno stile genitoriale che sia proprio della coppia.

Nella transizione alla genitorialità, riemerge lo spazio mentale del bambino che si è stati. Attraverso il figlio, i neo genitori rivivono la propria infanzia cercando di riparare a quei disagi e a quelle sofferenze che sentono di aver vissuto nella famiglia d’origine. Ma il modo in cui si vive l’esperienza della genitorialità ha radici lontane e viene strutturato attraverso la trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento.3 Ad esempio, nella donna che aspetta un bambino riemerge lo spazio mentale della bambina che è stata, riattivando una rappresentazione di sé uguale a quella che la madre aveva di sé in relazione alla propria madre. Quindi, pur esplicitando l’intenzione di agire secondo modalità affettive ed educative diverse da quelle dei propri genitori, si finisce spesso e volentieri per mettere in atto i medesimi modelli comportamentali oggetto di critica. Questa necessità di differenziazione è funzionale alla definizione e all’affermazione della propria identità genitoriale, ma se viene vissuta con l’intenzione di essere migliori rispetto ai propri genitori, può essere fortemente disfunzionale.

Secondo Hellinger, è fondamentale che il genitore mantenga una visione interiore in cui lui è il “grande” e il figlio è il “piccolo”. Essere adulti significa aver messo le cose in chiaro con sé stessi, sviluppando una visione d’insieme delle cose e uno stato interno di calma e lucidità. In questo modo, dall’amore e dalla comprensione per la situazione del figlio, deriva un comportamento adeguato a sé, al figlio e alla situazione. Ad esempio, il genitore posto davanti ad un capriccio del figlio, potrà imporsi con la forza, resistere ostinatamente o anche cedere, in base al suo sentire profondo. Essere adulto significa inoltre che il genitore deve portare su di sé il peso della propria vita, accogliendo il proprio destino con tutto ciò che esso comporta, dolori inclusi, e riconoscendo le proprie responsabilità. Solo così il genitore può essere veramente disponibile per il figlio, senza il bisogno di cercare in lui un sostegno.5

Per compiere questi passaggi interiori, è indispensabile passare prima attraverso l’accettazione incondizionata dei propri genitori. Il rapporto grande/piccolo deve essere interiorizzato anche riguardo al proprio ruolo filiale. Solo guardando ai nostri genitori con rispetto, gratitudine ed umiltà, possiamo sentirci “piccoli”, permettendo al loro amore di darci la forza necessaria per essere “grandi” nei confronti dei nostri figli, facendoli sentire sostenuti e protetti. Hellinger propone a tal riguardo delle semplici visualizzazioni da poter effettuare per ricostruire dentro di noi questa immagine di “ordine” e per porre fine a lamentazioni e recriminazioni nei confronti dei propri genitori. Come nelle costellazioni, l’immagine più potente e risanatrice è quella dell’inchino davanti ai propri genitori. Abbandonando l’arroganza e la supponenza, emerge la gratitudine che permette di riconciliarsi con la vita nel suo complesso, con la forza dei genitori alla spalle.6

Infatti, i genitori danno e i figli prendono, primo fra tutti il dono della vita. Secondo Helllinger “I genitori, dando la vita ai figli, non danno qualcosa che appartiene loro. Danno ciò che sono essi stessi e a cui non possono aggiungere o togliere nulla né possono trattenere alcunché. Con la vita, danno ai loro figli sé stessi così come sono, senza aggiunte e senza riduzioni. Allo stesso modo i figli, nel ricevere la vita dai genitori, possono prendere i genitori solamente così come essi sono, senza aggiungervi né togliervi nulla né rifiutarne una parte.7 Inoltre i genitori si prendono cura dei figli, generando così un dislivello enorme nel rapporto dare-avere, che i figli non potranno mai compensare. I figli hanno bisogno che i genitori forniscano loro sicurezza, orientamento, sostegno e il proprio posto all’interno della struttura sociale.

I genitori dei genitori diventano nonni e spesso attuano delle trasformazioni sorprendenti nei loro atteggiamenti. Grazie al fatto che c’è maggior distanza tra loro e i nipoti piuttosto che tra loro e i figli, essi riescono più facilmente a percepirsi “grandi” e ad aprire il proprio cuore. Attraverso l’amore per i nipoti, i nonni nascondono l’amore per i figli, perché è tramite questi ultimi che sono nati i bambini. Se i genitori riescono a percepire questo flusso, non avranno necessità di essere invidiosi e potranno risanare antiche ferite della loro infanzia.8

Armonizzare i rapporti familiari è importante anche per i figli, perché attraverso un buon rapporto con nonni, zii ecc. essi si sentono amati e protetti da una grande famiglia.

Hellinger ci fa quindi comprendere che quanto più i genitori lavorano su sé stessi, tanto più alleggeriscono il proprio figlio, liberandolo da pericolosi fardelli altrui e lasciandolo libero di andare incontro al proprio destino. In caso contrario, il figlio si fa carico inconsciamente di pesi non propri, per l’amore incondizionato che prova nei confronti dei genitori. Ad esempio, può assumere un ruolo da “grande”, in un processo che viene definito come genitorializzazione del bambino, per rispondere a bisogni dei genitori. Sul figlio possono inoltre agire irretimenti familiari che risalgono alle generazioni precedenti, o aspetti emotivi di un partner precedente di uno dei genitori con il quale ci sono dei sospesi. Tutto ciò che all’interno di una famiglia è stato dimenticato, escluso, non onorato, continua infatti ad agire al livello sistemico inconscio, facendo in modo che uno o più appartenenti attuali si facciano carico di ricordare, di far vedere il non visto, di reintegrare l’escluso, di onorare ciò che non è stato riconosciuto. Ad esempio, i destini dei membri esclusi da una famiglia si ripetono: è necessario assegnare un posto all’escluso nel proprio cuore.

Ognuno può indagare nell’ambito della propria esistenza biografica e sistemica. Nel primo ambito, attraverso un onesto lavoro di auto-analisi, possono emergere delle questioni lasciate in sospeso con gli ex partner, sensi di colpa da integrare o responsabilità personali da riconoscere. Nel secondo ambito, quello familiare, ciascuno può ricostruire la storia della propria famiglia per cercare di individuare delle esclusioni, dovute ad esempio a morte prematura, colpe gravi, relazioni precedenti dei genitori, destini avversi (handicap, nascita fuori dal matrimonio, ricovero psichiatrico, carcere, ecc.), suicidio, incidenti, malattie gravi, adozione, emigrazione o esilio, genitori con doppia nazionalità, arricchimento a scapito di altri. Una volta individuato l’escluso, è necessario attribuirgli un posto nel proprio cuore e simbolicamente all’interno della famiglia, con rispetto per il suo destino.9

In terapia familiare, il conflitto è risolto quando tutti trovano il loro beneficio, quando ognuno è nel posto giusto, pronto ad assumersi quello che gli spetta, quando ciascuno è centrato in sé stesso e non interviene negli affari degli altri. Allora tutti ritrovano il sentimento della loro dignità e si sentono bene. Allora noi sappiamo che abbiamo la buona soluzione.” (B. Hellinger)10

1 Saita Ravizza Maura, Jung, psicogenaologia e costellazioni familiari, Psiche 2, Torino, 2011, pag. 71

2 Ulsamer Bertold e Ulsamer Gabriele, Genitori e figli, le regole del gioco, Età dell’Acquario, Torino, 2008, pag. 34-35

3 Ammaniti Massimo, Pensare per due. Nella mente delle madri, Editori Laterza, Bari, 2009, pag. 25

4 Ulsamer Bertold e Ulsamer Gabriele, Genitori e figli, le regole del gioco, Età dell’Acquario, Torino, 2008

5 Ivi, pag. 58

6 Ivi, pag. 77

7 Ivi, pag. 55

8 Ivi, pag. 82

9 Ivi, pag. 119

10 Saita Ravizza Maura, Jung, psicogenaologia e costellazioni familiari, Psiche 2, Torino, 2011, pag. 75

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Gli archetipi

C.G. Jung ampliò ed approfondì il concetto di inconscio freudiano connotandolo positivamente e senza contrapporlo rispetto all’io cosciente. Secondo Jung infatti, conscio ed inconscio si completano reciprocamente nel processo di individuazione formando il Sé. Nell’inconscio sono presenti non solo tutti i contenuti rimossi, ma anche i contenuti inconsapevoli ereditati, tra cui le memorie degli antenati (Jung parla di karma impersonale che si trasmette dai genitori ai figli) e gli archetipi (dal greco “arché” = inizio, origine, comando, potere, e “tupos” = impronta, segno). Jung introduce quindi il concetto di inconscio collettivo come derivazione della struttura ereditata del cervello, in cui sono presenti istinti e archetipi, ovvero contenuti universali che appaiono regolarmente nelle persone già in età infantile e che non sono quindi riconducibili all’esperienza individuale.

Gli archetipi sono quindi strutture congenite ereditate (schemi di comportamento) da cui provengono le rappresentazioni o figure universali che ritroviamo nell’arte, nei sogni, nelle favole, nella mitologia. Queste forme simboliche diventano coscienti solo quando l’esperienza personale le rende visibili. L’archetipo è un concetto complesso e in quanto struttura inconscia transpersonale non è direttamente esperibile; ciò di cui possiamo essere coscienti sono le immagini o rappresentazioni archetipiche veicolate dalla cultura di riferimento. Un’importante caratteristica degli archetipi è di non essere confinati nella mente umana, ma di agire da ambiti trascendentali ed esercitare un’influenza sincronistica sia sulla psiche degli individui, sia sugli eventi del mondo fisico.

Secondo la teoria di Jung, gli archetipi che rappresentano le strutture psichiche di base si sono sviluppati come nuclei psichici separati. Essi sono: la Madre, il Senex, il Puer, la Persona o maschera sociale, l’Ombra o parte oscura, l’Anima, l’Animus, il Sé.

L’archetipo della Madre si configura come un’immagine primordiale, preesistente e superiore ad ogni fenomeno “materno”, e si manifesta sotto molte forme, ad esempio la “vecchia saggia” o la “dea della fecondità” nel suo lato positivo, la “strega” o la “madre terribile” in quello negativo.

Il Senex (in latino “vecchio”) racchiude nel lato positivo caratteristiche psicologiche come stabilità, maturità, saggezza, senso di responsabilità; in senso negativo si riferisce ad atteggiamenti derivanti da eccessivo tradizionalismo, dispotismo, cinismo e mancanza di fantasia.

Il Puer Aeternus (in latino “fanciullo eterno, divino”) deriva da un dio dell’antichità, successivamente identificato con Dioniso e con Eros. E’ il dio della giovinezza, della vita, della resurrezione dopo la morte, del rinnovamento. Nella psicologia analitica junghiana questa definizione viene attribuita a una personalità maschile che mantiene in età adulta caratteristiche adolescenziali e un’eccessiva dipendenza dalla madre. Si manifesta nel lato negativo come rifiuto di assumere responsabilità, in quello positivo invece risveglia le risorse creative e le capacità di rinnovamento della psiche.

L’Ombra rappresenta una parte inconscia della personalità, contraddistinta da inclinazioni e comportamenti, sia negativi che positivi, rimossi dall’Io cosciente. Nei sogni compare sotto forma di una persona dello stesso sesso del sognatore. Il riconoscimento della propria Ombra, generalmente, implica una crescita nel processo di evoluzione psicologica.

La Persona (in latino “maschera dell’attore”) esprime il ruolo sociale, derivante dalle aspettative della società e dell’educazione. L’Io equilibrato è in rapporto con il mondo attraverso una Persona adattabile. L’identificazione con la Persona, cioè con il proprio ruolo sociale, è in contrasto con lo sviluppo psicologico.

L’Anima (in latino “anima”) denota la parte inconscia femminile della personalità dell’uomo. Nei sogni è rappresentata da immagini di donne di vario genere, dalla seduttrice alla guida spirituale. L’Anima rappresenta la funzione relazionale (eros), quindi la sua evoluzione nell’uomo si manifesta nel modo di rapportarsi alle donne. L’identificazione con l’Anima può avere come conseguenza l’emergere di tratti psicologici come volubilità, eccitabilità, melanconia.

L’Animus (in latino “spirito”) definisce l’elemento maschile dell’inconscio femminile. Costituisce la funzione razionale (logos) e compare nei sogni come figura maschile. L’identificazione con l’Animus può manifestarsi con caratteristiche di ostinazione, durezza, sfida, mentre nell’aspetto più positivo mette in relazione la donna con le energie creative dell’inconscio.

Il Sé è l’archetipo dell’unità e della totalità della psiche, sulla quale esercita un effetto ordinatore. Si manifesta nelle visioni, nei sogni, nei miti e nelle fiabe come “personalità di grado superiore”, ad esempio come figura regale o eroica oppure in forme astratte, come cerchio, quadrato, mandala.

Il processo di individuazione junghiano viene anche definito “il viaggio dell’Eroe”, colui che parte alla ricerca del proprio Sé e che torna a casa per trasformare il regno e la propria vita. La ricerca implica dei rischi, ma offre come ricompensa la conoscenza dei misteri dell’anima umana, l’opportunità di trovare ed esprimere nel mondo i propri doni, la capacità di vivere in comunione con gli altri. Il viaggio non è un processo lineare né circolare, bensì a spirale: ogni volta che ci rimettiamo in viaggio, lo facciamo ad un nuovo livello.

Carol. S. Pearson descrive dodici archetipi principali che caratterizzano le varie fasi del viaggio eroico. La prima fase, quella di preparazione, è dominata dai seguenti archetipi:

  • Innocente: aiuta a sviluppare la persona o maschera sociale al fine di sentirsi amati e socialmente accettati ed inseriti;

  • Orfano: presiede alle parti psichiche che sono state negate, rifiutate o nascoste per mantenere la desiderabilità sociale;

  • Guerriero: sostiene l’Io difendendone i confini e soddisfacendone i bisogni ed è al servizio del Super Io;

  • Angelo Custode: presiede all’apertura del cuore e alla compassione per sé stessi e per gli altri.

In questa prima fase, impariamo a discernere tra chi ci può aiutare e chi ci tenta, sviluppiamo il coraggio, impariamo l’umanità e la compassione. Spesso, durante l’acquisizione di queste doti, sperimentiamo la “via delle prove” di cui non percepiamo il ruolo iniziatico, perché essa ci fa apparire la vita terribilmente dura. Quando abbiamo superato tutti questi esami, siamo pronti all’esperienza della metamorfosi, a “morire” e rinascere ad un nuovo livello di esperienza. Inizia così la seconda fase, quella del viaggio vero e proprio verso l’autenticità; essa è influenzata dai seguenti archetipi connessi allo Spirito:

  • Cercatore: ci spinge ad esplorare l’ignoto, a tendere verso la trascendenza, per poterci trasformare;

  • Distruttore: rappresenta la nostra Ombra, che dobbiamo necessariamente integrare per raggiungere la pienezza del Sé; è anche collegato a Thanatos, la volontà di morte;

  • Amante: simboleggia le nozze sacre che originano il Sé (maschile/femminile, luce/ombra, spirito/materia, conscio/inconscio);

  • Creatore: presiede al processo del generare la nostra vita, racchiude le potenzialità dell’immaginazione focalizzata sulla realizzazione del Sé.

Questi archetipi caratterizzano diversi stadi del processo di individuazione, attraverso cui esploriamo la nostra psiche, chiariamo le nostre aspirazioni, integriamo l’ombra, armonizziamo maschile e femminile, ci confrontiamo col senso profondo della nostra identità. Quando questo processo viene vissuto coscientemente, porta alla nascita del Sé. Il travaglio è vissuto con sofferenza, come conflitto interiore a volte molto intenso tra il proprio Io e la propria essenza spirituale, tra la propria parte maschile e quella femminile. Sentire e vivere questo dolore porta in seguito alla risoluzione del conflitto e alla nascita di una nuova unità di ordine superiore.

Segue quindi l’ultima fase del viaggio, quella del ritorno, in cui l’emersione del Sé è seguita dalla sua manifestazione reale e tangibile nel regno, cioè nella vita quotidiana. Gli archetipi implicati in questa fase rappresentano ciascuno un aspetto del Sé integrato:

  • Sovrano: è associato alla creazione dell’integrità e dell’ordine psicologici, in cui idealmente tutte le parti psichiche sono in armonia e hanno la possibilità di esprimersi;

  • Mago: è l’alchimista interiore che può guarire e trasformare il Sé quando l’ordine diventa troppo rigido; è implicato nell’integrazione dell’Ombra e nella sua trasformazione;

  • Saggio: è la parte della psiche che medita e osserva pensieri, emozioni, schemi comportamentali disfunzionali e proiezioni, percependone la verità retrostante;

  • Folle: rappresenta la molteplicità interiore e fornisce lo spazio per esprimere tutti i nostri sé nel mondo, per la gioia di farlo.

Ogni archetipo racchiude dentro di sé una duplice valenza, positiva e negativa, ordinatrice e perturbatrice. Per questo motivo è fondamentale prendere consapevolezza delle istanze che stanno agendo attraverso di noi in ogni fase della nostra vita.

1. Jung Carl Gustav, L’archetipo della madre, Bollati Boringhieri, Torino, 1981

2. Pearson Carol, Risvegliare l’eroe dentro di noi, Astrolabio, Roma, 1992

Maternità: luci ed ombre

Una madre è tale, inconsapevolmente, fin dal momento del concepimento. L’ingrediente principale della maternità è l’amore: senza il “sì” della madre psicobiologica, la cellula fecondata non riuscirebbe nemmeno a raggiungere l’utero. Senza questo sì profondo e istintivo della madre, non ci può essere una nuova vita.1

La maternità è anche condivisione del proprio corpo, che rappresenta uno spazio intimo ed esclusivo; è intrisa di abnegazione, ricettività e capacità di abbandonarsi alla vita.

La connessione che la madre crea tra il bambino e la realtà esterna dà origine all’esperienza di essere nella vita, che è trasmessa da una generazione all’altra tramite l’elemento femminile, in una matrice arcaica.

Mater deriva appunto dalla parola matrice, che indica il processo di origine delle varie forme di vita. Il culto della Grande Madre risale al paleolitico e rappresenta l’essenza suprema della donna attraverso la sua funzione generatrice: un grande grembo che costituisce l’origine del mondo e ne garantisce la continuità e la sopravvivenza.

Nella nostra cultura, la maternità è simboleggiata alla figura della Madonna, che si è radicata nell’inconscio collettivo generando negli uomini un’immagine santificata della madre, distinta da tutte le altre donne, e nelle donne una concezione della maternità come missione speciale. La figura marginale di Giuseppe ha contribuito alla centralità alla figura materna, con il rischio, secondo Jacques Lacan, di generare una relazione inestricabile tra madre e figlio.2

La maternità arricchisce la donna consentendole di vivere in prima persona il miracolo della generatività, ma la espone anche al rischio della morte fisica e della disintegrazione psicologica. Si tratta di un’esperienza unica, ma può rappresentare una prova molto impegnativa, a cominciare dalle trasformazioni fisiche della gravidanza e dalle emozioni intense e contrastanti che la donna prova relativamente a sé stessa e al bambino.

Dal momento in cui la donna scopre di essere incinta al primo anno di vita del bambino, si configura un nuovo assetto mentale che Daniel Stern definisce “costellazione materna”. Le priorità vengono ridefinite ponendo al vertice l’essere madre ed emerge una nuova serie di azioni, tendenze, sensibilità, paure, fantasie e desideri.3

La donna si interroga fin dall’inizio sulla sua capacità di prendersi cura del proprio figlio, sia dal punto di vista fisico che psicologico, con un possibile senso di ansia e inadeguatezza. Rimette inoltre in discussione il rapporto con la propria madre al fine di affermare un’identità materna autonoma, con l’intenzione di essere migliore. 

Già dai primi mesi della gravidanza, la madre stabilisce un dialogo interno con il suo bambino, in uno stato mentale che può essere definito come ”pensare per due”. Winnicott definisce lo stato cognitivo-emotivo della madre, dall’ottavo mese di gravidanza ai primi tre mesi di vita del bambino, come “preoccupazione materna primaria”: un assorbimento psicologico totalizzante sovrapponibile ad uno stato patologico, una fusione simil-psicotica. Durante questa delicata fase fisiologica, la donna è estremamente fragile ed è pertanto indispensabile il sostegno pratico ed emotivo del partner e della famiglia per poter svolgere funzionalmente e serenamente il ruolo materno.

Attraverso lo sguardo intenso della madre e la sua intenzione comunicativa, il bambino scopre il codice profondo delle relazioni umane, attivando un imprinting che lo accompagnerà per tutta la vita. La madre è in grado di imitare e rispecchiare istintivamente le espressioni e i comportamenti del bambino, aiutandolo a strutturare l’intersoggettività e aggiungendo qualcosa che appartiene solo a lei. L’attribuzione di uno stato mentale da parte della madre è fondamentale per consentire al piccolo l’acquisizione della capacità di mentalizzazione, condizione basilare per le relazioni umane. Winnicott afferma che il bambino scopre negli occhi della madre l’immagine che lei si è costruita di lui e questo rispecchiamento lo aiuta a sviluppare il proprio sé.4

Studi di neuroimmagine hanno ritrovato nei neuroni a specchio le basi neuronali dei processi intersoggettivi come l’empatia e il rispecchiamento e hanno inoltre evidenziato una stretta correlazione delle aree cerebrali attivate dall’amore materno e dall’amore sentimentale. Entrambe le forme d’amore sono esperienze finalizzate evolutivamente a perpetuare la specie umana, attivano i circuiti della gratificazione (reward) e disattivano le aree cerebrali connesse alle emozioni negative, al giudizio e alla capacità di mentalizzazione. Quest’ultimo dato scientifico è quindi a sostegno dei detti popolari “ogni scarrafone è bello a mamma sua” e “l’amore è cieco”.5

M. Recalcati6 considera questi detti popolari come espressione della qualità assolutamente particolareggiata dell’amore materno. Egli utilizza come metafora l’immagine delle mani della madre che tengono, sostengono, non abbandonano, per descrivere la natura dell’amore materno che è innanzitutto presenza. L’autore evidenzia due tendenze patologiche della maternità odierna: la madre che sopprime il suo essere donna e la donna che nega il suo essere madre. Nel primo caso vi è una totale identificazione (disfunzionale) nella funzione materna, con una dedizione totale alla cura dei figli. Nel secondo caso, vi è un rifiuto della maternità, in quanto la priorità della donna diventa unicamente quella dell’autoaffermazione a livello lavorativo o sociale, al punto da considerare i figli come un impedimento. Il compito della madre, difficile e gravoso, è quello di riuscire a trovare un equilibrio tra la dimensione di cura ed il legittimo bisogno di affermazione; di certo tale dinamica non è favorita dalle attuali politiche sociali e lavorative. La madre “funzionale” è quella che non è totalmente identificata nel ruolo di cura e che permette quindi al bambino di sperimentare la sua assenza, affinché questi possa sviluppare la capacità di simbolizzazione e la creatività. Il desiderio della donna non può e non deve esaurirsi nella dimensione materna; la presenza del padre può essere utile in tal senso. I momenti di collera e irrequietezza della madre indicano che la donna rifiuta il sacrificio, avanzando richieste non riducibili al ruolo materno. In questo senso, l’atto simbolico del padre non determina la separazione madre-bambino, ma può solo confermarla. Se il desiderio della donna fosse interamente catturato dal figlio, infatti, non sarebbe possibile alcuna separazione.

La maternità è fatta anche di attesa, durante i lunghi mesi della gravidanza, di una vita che non si possiede ma si ospita: “L’incontro con un figlio è l’incontro con un assoluto che non è comparabile, che non può essere confuso con nessun altro; esistenza irripetibile che non trova alcuna analogia di sé stessa nel mondo, trascendenza, vita nuova, vita che viene al mondo come insostituibile, inimitabile, combinazione singolare di necessità e libertà.”7 Essere madre significa anche saper far esperienza della perdita, già con la nascita del bambino. L’icona cristiana di Maria ben rappresenta queste dimensioni della maternità ed il suo mistero: ogni madre è chiamata a dare il proprio corpo ad una vita che non può immaginare, prevedere, definire, e che deve necessariamente perdere.

Una delle declinazioni patologiche della maternità consiste infatti nel vivere il figlio come una proprietà. In ogni madre sono presenti due tendenze: una parte funzionale che è disposta a separarsi dal figlio, l’altra potenzialmente patologica che rivendica un possesso esclusivo su colui che ha generato. L’ombra della madre è la parte che vuole possedere, divorare, soffocare il figlio, ridurlo ad oggetto del proprio godimento, a differenza della madre realmente amorevole che lascia andare il figlio, con fiducia. La madre che diventa soffocante è quella che ha rinunciato alla sua femminilità: il potere assoluto che essa sperimenta nei confronti del neonato e il godimento che ne deriva, rischiano di oscurare ogni altro interesse, primo fra tutti quello verso il partner. L’ombra dell’appropriazione aleggia anche su quelle donne che vogliono avere un figlio a tutti i costi, senza considerarlo come la metafora di un amore tra due persone, ma piuttosto come una conferma narcisistica di una presunta onnipotenza. L’altra versione dell’ombra è costituita dal rifiuto inconscio della maternità ed è caratterizzata da indifferenza, distrazione, disinvestimento del desiderio nei confronti del figlio vissuto come un peso, competizione soprattutto con la figlia femmina, allontanamento e fuga. Il disamore, ancor più di un amore eccessivo, rende difficile la separazione psicologica dalla madre. La madre diventa così oggetto di recriminazioni infinite, avendo trasmesso ai figli un senso di inadeguatezza ed un bisogno di perfezionismo incolmabili.

I pensieri materni nella fase del concepimento e durante la gravidanza creano nel bambino una memoria inconscia talmente radicata da poter influenzare il senso della sua vita. Scrive Recalcati: “Più importante di assicurare soddisfazioni e gratificazioni al bambino è aver accolto la sua vita nel desiderio, è averla desiderata, voluta sin da prima del suo concepimento. Se questo desiderio è assente, se non è voluto, se nessun desiderio lo attende, le conseguenze sono una mutilazione del suo sentimento della vita”.8 Inconsciamente, l’individuo sentirà di non aver diritto di esistere e avrà difficoltà a trovare il suo posto nel mondo.

La gravidanza può essere connotata da elementi angosciosi. A livello inconscio, la donna può ritenersi incapace di generare un figlio sano o adeguato. A livello consapevole, è risaputo che la nascita della vita è sempre strettamente connessa a fantasmi di morte. L’angoscia può essere più intensa se la madre si trova da sola ad affrontare questa fase della sua vita, mentre può essere mitigata dalla presenza del padre.

Recalcati indaga inoltre il senso profondo della maternità come capacità di accogliere l’alterità del figlio tramite un gesto adottivo iniziale e un amore assolutamente particolare, perché riguarda quel figlio nella sua unicità. Questo amore per il bambino reale può esistere solo a partire dal lutto del bambino ideale. Senza questa elaborazione, il corpo ingovernabile del neonato può diventare fonte di un’angoscia insostenibile, tanto da condurre all’atto dell’infanticidio. L’esistenza reale e necessariamente imperfetta del figlio non può essere accettata se la donna non è riuscita ad accettare la propria imperfezione e quella di sua madre, se non è stato reciso il legame simbolico madre-figlia. L’accesso alla potenza della generatività rappresenta la forma forse più radicale dell’eredità: diventare madre significa dover abbandonare il ruolo esclusivo di figlia. Senza questo passaggio, il bambino reale può apparire non amabile, spesso come riflesso del senso di inadeguatezza della madre in quanto “figlia non all’altezza”.

La madre dona al figlio la vita, la sua presenza amorevole ma anche la sua mancanza, la sua insufficienza, la sua vulnerabilità. E’ attraverso questa consapevolezza che una madre può perdonare sé stessa per la sua imperfezione, per le sue carenze, e che è possibile “perdonare” la propria madre. Questa mancanza è ancora più evidente nel rapporto tra madre e figlia, in quanto la figlia vorrebbe dalla madre proprio ciò che non può darle: sapere cosa significa essere donna. Non esiste infatti un modello universale della femminilità, ma esistono solamente incarnazioni individuali di tante donne particolari. Ognuna è chiamata a costruire da sé questo significato, a partire dalla propria madre.

Una madre non può far altro che offrire tutta sé stessa proprio così com’è.

1 Ivi, pag. 40

2 Ivi, pag. 12

3 Ivi, pag. 14

4 Ivi, pag. 67

5 Ivi, pag. 71

6 Recalcati Massimo, Le mani della madre, Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Feltrinelli Editore, Milano, 2015

7 Ivi, pag. 26

8 Ivi, pag. 152

Essere genitori

Finché i tuoi figli sono piccoli, dai loro radici. Quando sono grandi, dai loro ali” (proverbio indiano)1

Secondo Massimo Recalcati2, la genitorialità si estrinseca in quattro compiti:

  • la maternità, che accoglie la vita rispondendo “eccomi” al richiamo del neonato facendolo sentire amato, accolto, contenuto, riconosciuto come figlio, non abbandonato, non solo; “eccomi” significa garantire la propria presenza amorevole e incondizionata per sempre, senza mai sentirsi proprietari della nuova vita;

  • la funzione paterna, che pone il limite e simboleggia la legge, prima fra tutte l’interdizione all’incesto, ed è indispensabile affinché il figlio possa comprendere che non è possibile sapere, essere possedere tutto; il senso del limite è inoltre alla base della capacità di desiderare;

  • il lasciar andare, dicendo “vai” quando necessario, ad esempio all’ingresso del bambino alla scuola materna e ancora di più durante l’adolescenza; il genitore deve saper rispondere al bisogno di appartenenza del figlio ma anche a quello di esplorazione e sperimentazione; i doni della genitorialità sono infatti due, la vita e la libertà;

  • essere al servizio dei talenti e delle inclinazioni del figlio, senza avere progetti sulla sua vita, perché questi possono diventare profezie auto-avveranti con esiti anche molto infelici; compito del genitore è trasmettere fiducia e testimoniare con la propria vita che è possibile essere felici e soddisfatti seguendo i propri desideri profondi.

I genitori trasmettono ai figli il senso della vita, attraverso i propri comportamenti quotidiani nel lavoro, nella relazione di coppia, in famiglia, nella cura delle proprie passioni. L’eredità fondamentale che i genitori sono chiamati a trasmettere simbolicamente con il proprio esempio è la capacità di desiderare, la spinta all’auto-realizzazione. Questa necessità è basilare nella società odierna, improntata al materialismo e al consumismo, e può essere soddisfatta solo attraverso il recupero della funzione simbolica paterna dell’interdizione, unita però alla dimensione del dono. In quella che Recalcati definisce l’epoca dell’evaporazione del padre, questi può offrire al figlio una testimonianza “non di cosa è in essenza il desiderio, ma di cosa può essere un’esistenza di desiderio”.3 La madre è invece chiamata a tenere alta la dignità del padre e a sopravvivere come donna alla maternità.4

L’accudimento dei figli può rappresentare per l’uomo una delle più grandi occasioni di crescita e di soddisfazione. Se coinvolto nella cura, egli può appropriarsi di potere affettivo, relazionale e familiare. Il suo ruolo è fondamentale per spezzare la simbiosi madre-figlio, che è funzionale nei primi mesi di vita del bambino, ma che rischia di essere soffocante nel caso in cui la madre non sia in grado di lasciare spazio all’individualità del figlio. L’uomo richiama a sé la donna, ricordandole che non è soltanto una madre.

Il modo di essere dei genitori e il tipo di genitorialità che essi esercitano influisce molto sulle caratteristiche e sullo sviluppo del bambino. Ma fortunatamente questo processo non rappresenta un meccanismo di causalità rigido: non tutto proviene dalla madre e dal padre. Occorre considerare anche le caratteristiche temperamentali del bambino, la sua unicità, ed essere consapevoli dell‘essenza transpersonale che egli incarna. Questa visione è importante per contrastare la coloritura narcisistica dell’amore parentale: i genitori tendono fisiologicamente a proiettare il proprio Io ideale sul figlio, attribuendogli tratti di perfezione e aspirazioni irrealizzate, rischiando di trasformarlo in un prolungamento di sé stessi. Essere genitori significa accedere alla dimensione dell’amore incondizionato, dove tutte le risorse sono impiegate per sostenere la crescita di un altro diverso da sé, senza aspettarsi nulla in cambio.

Del resto, se siamo in vita lo dobbiamo a qualcuno che si è preso cura di noi quando non saremmo stati in grado di sopravvivere da soli, e diventando genitori restituiamo alla vita la stessa incondizionata generosità.

1 Ulsamer Bertold e Ulsamer Gabriele, Genitori e figli, le regole del gioco, Età dell’Acquario, Torino, 2008, pag. 121

3 Recalcati Massimo, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca moderna, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011, pag. 84

4 Recalcati Massimo, Il complesso di Telemaco, Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli Editore, Milano, 2013

La dimensione di coppia

coppia alberi

La sfida non consiste nell’incontrarsi, ma nel coltivare il terreno, nella fatica amorosa di due esseri imperfetti che si accettano l’un l’altro e si accordano per lavorare la terra, costruire ponti e che non fuggono al primo crollo o al primo terremoto.” (G. Belli)1

Nella società attuale, il singolo è diviso tra il desiderio di realizzarsi come individuo e il bisogno di una comunanza durevole con un altro da sé. Per stare in coppia occorrono coraggio, pazienza, tolleranza, capacità di negoziare costantemente. Quella diadica è una dimensione tutt’altro che semplice: in essa si intrecciano aspetti e dinamiche personali, sociali, familiari e transpersonali.

Secondo Carl Rogers, le condizioni di base per la costruzione di una relazione di coppia soddisfacente e duratura sono quattro:

  • dedizione o impegno: interesse comune ad arricchire costantemente la vita di coppia anche attraverso il cambiamento; visione della relazione come processo continuo e non come contratto statico;

  • comunicazione: condivisione di qualsiasi sentimento positivo o negativo, senza formulazione di accuse nei confronti dell’altro; comprensione dei pensieri e sentimenti dell’altro, a livello verbale e non verbale; comunicazione partecipe, coraggiosa, ricettiva;

  • disgregazione dei ruoli: vivere secondo le proprie scelte profonde piuttosto che in base alle aspettative e ai ruoli imposti da famiglia, società e cultura di riferimento;

  • diventare due sé distinti: rispettare e sviluppare l’individualità, accettare sé stessi e la propria ombra, essere liberi di esprimere sé stessi all’interno del rapporto, incoraggiare la crescita di entrambi.2

Charles O’Leary delinea gli elementi del counseling relazionale di coppia a partire dall’approccio umanistico rogersiano:

  • curiosità: il counselor è testimone interessato della complessità e unicità di ogni relazione;

  • filosofia relazionale: il professionista è presente con la sua autenticità;

  • capacità di “lasciar andare”: rispettare la direzione stabilita dai clienti, senza imporre le proprie aspettative;

  • equilibrio tra confronto e accettazione: il counselor aiuta i clienti a diventare consapevoli dell’incongruenza che vi è tra quello che uno dei due dice e fa e quello che l’altro percepisce;

  • comprensione empatica di ognuno: ciascun cliente viene considerato come persona singola al di là del ruolo matrimoniale;

  • facilitazione attiva del dialogo: entrambi i clienti devono avere la possibilità di esprimersi e di ascoltare l’altro.3

Nella coppia si palesano gli stili di attaccamento dei due partners e avviene l’incontro dei bisogni rimasti irrisolti all’interno delle rispettive famiglie d’origine. Ad esempio, è possibile che uno dei partner svolga nei confronti dell’altro un ruolo genitoriale. E’ importante che ciascuno divenga consapevole dei propri bisogni e del ruolo che svolge all’interno della diade. Nella coppia che funziona, i partners si collocano in un rapporto alla pari, sullo stesso livello; in senso hellingeriano, potremmo dire che si percepiscono come aventi la sessa grandezza. Ciascuno deve portare da solo i propri fardelli e il proprio destino: questa qualità interiore protegge il bambino, che non sarà costretto a portare ingiustamente su di sé i fardelli dei propri genitori, e rende più autentica e funzionale la relazione con il partner.4

Inoltre, in base alla legge dell’equilibrio tra dare e ricevere, nel sistema coppia ognuno deve dare all’altro solo quanto questi è in grado di restituire. Il rapporto in cui uno dei due è l’unico che dà e l’altro è l’unico che prende, è destinato a fallire. La compensazione tra dare e avere vale in positivo ma anche in negativo: se uno dei due fa qualcosa che ferisce l’altro (es. tradimento), questi è tenuto a chiedere un risarcimento inferiore al male subito per ristabilire l’equilibrio nel rapporto. Hellinger sostiene infatti che il perdono accresce lo squilibrio, perché chi perdona si pone in una posizione di superiorità rispetto al partner.5

All’interno del sistema “coppia” rientrano anche le famiglie d’origine e i partners precedenti. Come afferma Bert Hellinger, infatti, non ci si lega soltanto alla persona come singolo, ma anche ai suoi genitori e, in una visione ancora più ampia, a tutta la sua famiglia d’origine, come fonte di regole e tradizioni. Per quanto concerne i partners precedenti, Hellinger descrive l’indissolubilità dei legami del passato, così come emerge dalla pratica della costellazioni familiari: il partner successivo non crea un legame tanto profondo come quello precedente, anche se l’amore e la felicità possono essere superiori. E’ importante rispettare le persone con cui il partner è stato precedentemente legato e prendere consapevolezza del “venire dopo”. Allo stesso modo, anche i propri partners precedenti vanno onorati, accettando ciò che essi hanno donato e lo spazio che hanno lasciato libero per la coppia attuale. Questo passaggio è fondamentale per evitare che il figlio della coppia attuale prenda su di sé il rancore, il dolore o altri sentimenti negativi di un partner precedente non rispettato. L’anima dei bambini solidarizza infatti con il partner precedente dei genitori. Come in altri casi sistemici, i bambini si fanno carico inconsciamente di questioni lasciate in sospeso dai genitori o dagli antenati.6

E’ fondamentale ricordare sempre che il rapporto di coppia viene prima dell’essere genitori, perché la diade è nata prima e perciò ha la precedenza. Se si comincia a percepire il partner solo come genitore, il rischio è quello di perdere l’essenza della coppia. Occorre dedicare alla dimensione a due tempo e cure, perché l’amore della coppia alimenta l’amore genitoriale. Inoltre, i figli che assistono ad un rapporto buono e affettuoso tra i loro genitori si sentono protetti. Interiormente, se i genitori rispettano questa gerarchia, tutti si sentono bene. Se invece il figlio costituisce il centro della famiglia, come accade diffusamente nella nostra società, tutti i componenti si sentono insicuri, in particolare il bambino.7

Allo scopo di esplicitare l’equilibrio che sta alla base della coppia, è possibile lavorare su delle immagini che illustrano posizioni dinamiche di forza-debolezza, superiorità-inferiorità, dominanza-sottomissione, supporto-appoggio, contatto-lontananza, comunicazione-isolamento, collaborazione-ostilità, ecc. Un’altra metodica che si può utilizzare è quella di costruire la scultura vivente della coppia, utilizzando in gruppo due rappresentanti: questa immagine permette di vedere ciò che realmente è e può innescare un processo di cambiamento verso un maggior equilibrio diadico.

F. P. Ranzato riprende la visione alchemica junghiana per descrivere le dinamiche inconsce e archetipali della coppia. Il matrimonio rappresenta un principio di individuazione cui auspicabilmente dovrebbe seguire, in un secondo tempo, la realizzazione del Sé, l’incontro con il divino. La donna proietta sul compagno il suo Animus (immagine dell’uomo ideale o idealizzato), mentre l’uomo proietta su di lei la sua Anima (immagine della donna ideale o idealizzata). L’Animus può essere “paterno”, “primitivo”, “eroico” o “saggio”. L’Anima può essere “materna”, “erotica”, “indipendente-emancipata” o “saggia”. Il matrimonio può anche essere asimmetrico: la sposa proietta sullo sposo il pater e lui la filia o viceversa. Si può quindi affermare che si ama nell’altro l’ideale archetipico (maschile o femminile) presente in sé stessi, operando una sorta di trasfigurazione dell’altro reale. Quando avviene il ritiro della proiezione, ovvero quando decade l’idealizzazione, gli effetti possono essere catastrofici. Ranzato individua tre insidie per la coppia:

  • l’ombra: viene proiettata sul rivale; se non riconosciuta come parte di sé, ostacola il rapporto con l’Anima/Animus e con il partner;

  • la madre: insidia la coppia perfetta Animus saggio – Anima saggia o Animus eroico – Anima emancipata; compare sotto forma di madre-terra o di moglie-madre;

  • il padre: rappresenta il Super-Io cioè la legge, il dovere, la morale, il conformismo; inibisce soprattutto il rapporto spirituale-erotico con l’Anima materna (complesso di Edipo).

Ranzato propone quindi un lavoro sui complessi materni/paterni e sulle proiezioni archetipiche, con il ritiro di quelle negative e il ripristino di quelle positive.8

Massimo Recalcati illustra invece l’influenza del consumismo tipico della nostra società sulla dimensione della coppia: la ricerca del nuovo si impone a tutti i livelli, orientando il desiderio verso ciò che ancora non si possiede, sulla base dell’illusoria equivalenza nuovo – felicità. La nascita di un bambino coincide spesso con una crisi del legame per entrambi, in quanto è difficile conciliare la nuova immagine genitoriale del partner con quella della persona di cui ci si era innamorati, scindendo così la dimensione familiare da quella del desiderio. La seconda problematica descritta da Recalcati è la qualità narcisistica dell’amore: l’individuo proietta sull’altro il proprio Io ideale, generando una dimensione allucinata di indipendenza e auto-generazione.9 L’amore che dura ama l’altro per tutto ciò che realmente è, per il suo essere differente e insostituibile, e accetta il rischio di fare un salto nel vuoto, di esporsi totalmente all’altro. L’amore non narcisistico si espone al rischio della fine perché rispetta la libertà dell’altro e si basa sulla libera scelta di stare insieme. La coppia che dura riesce a trovare il nuovo al suo interno: il volto dell’amato è sempre lo stesso, ma è sempre nuovo. L’amore assoluto verso la creatura, si potrebbe dire, ha una funzione trascendente, è una porta che conduce al Creatore.

“Il volto di mio figlio o quello della donna che amo e che ritrovo ogni mattina, alla fine della notte, che ritrovo ancora, giorno dopo giorno, ancora, non è forse il solo volto dell’eterno che mi è concesso di contemplare in questo mondo?”10

1 Ballardini Maria, Da due a tre. La relazione che accompagna la vita, Alpes, Roma, 2014, pag. 37

2 Rogers Carl, Partners, Il matrimonio e le sue alternative, Edizioni Astrolabio, Roma, 1974, pag. 182

3 O’Leary Charles, Counseling alla coppia e alla famiglia, Erickson, Trento, 2002

4 Ulsamer Bertold, Il grande manuale delle costellazioni familiari, Età dell’Acquario, Torino, 2007, pag. 183

5 Ulsamer Bertold e Ulsamer Gabriele, Genitori e figli, le regole del gioco, Età dell’Acquario, Torino, 2008, pag. 30

6 Schafer Thomas, Guarire le malattie dell’anima, Tecniche Nuove, Milano, 2006, pag. 73

7 Ulsamer Bertold e Ulsamer Gabriele, Genitori e figli, le regole del gioco, Età dell’Acquario, Torino, 2008, pag. 42

8 Ranzato Francesco, Le sacre nozze, Edizioni Mediterranee, Roma, 1991

9 Recalcati Massimo, Non è più come prima, elogio del perdono nella vita amorosa, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014

10 Ivi, pag. 17