Maternità: luci ed ombre

Una madre è tale, inconsapevolmente, fin dal momento del concepimento. L’ingrediente principale della maternità è l’amore: senza il “sì” della madre psicobiologica, la cellula fecondata non riuscirebbe nemmeno a raggiungere l’utero. Senza questo sì profondo e istintivo della madre, non ci può essere una nuova vita.1

La maternità è anche condivisione del proprio corpo, che rappresenta uno spazio intimo ed esclusivo; è intrisa di abnegazione, ricettività e capacità di abbandonarsi alla vita.

La connessione che la madre crea tra il bambino e la realtà esterna dà origine all’esperienza di essere nella vita, che è trasmessa da una generazione all’altra tramite l’elemento femminile, in una matrice arcaica.

Mater deriva appunto dalla parola matrice, che indica il processo di origine delle varie forme di vita. Il culto della Grande Madre risale al paleolitico e rappresenta l’essenza suprema della donna attraverso la sua funzione generatrice: un grande grembo che costituisce l’origine del mondo e ne garantisce la continuità e la sopravvivenza.

Nella nostra cultura, la maternità è simboleggiata alla figura della Madonna, che si è radicata nell’inconscio collettivo generando negli uomini un’immagine santificata della madre, distinta da tutte le altre donne, e nelle donne una concezione della maternità come missione speciale. La figura marginale di Giuseppe ha contribuito alla centralità alla figura materna, con il rischio, secondo Jacques Lacan, di generare una relazione inestricabile tra madre e figlio.2

La maternità arricchisce la donna consentendole di vivere in prima persona il miracolo della generatività, ma la espone anche al rischio della morte fisica e della disintegrazione psicologica. Si tratta di un’esperienza unica, ma può rappresentare una prova molto impegnativa, a cominciare dalle trasformazioni fisiche della gravidanza e dalle emozioni intense e contrastanti che la donna prova relativamente a sé stessa e al bambino.

Dal momento in cui la donna scopre di essere incinta al primo anno di vita del bambino, si configura un nuovo assetto mentale che Daniel Stern definisce “costellazione materna”. Le priorità vengono ridefinite ponendo al vertice l’essere madre ed emerge una nuova serie di azioni, tendenze, sensibilità, paure, fantasie e desideri.3

La donna si interroga fin dall’inizio sulla sua capacità di prendersi cura del proprio figlio, sia dal punto di vista fisico che psicologico, con un possibile senso di ansia e inadeguatezza. Rimette inoltre in discussione il rapporto con la propria madre al fine di affermare un’identità materna autonoma, con l’intenzione di essere migliore. 

Già dai primi mesi della gravidanza, la madre stabilisce un dialogo interno con il suo bambino, in uno stato mentale che può essere definito come ”pensare per due”. Winnicott definisce lo stato cognitivo-emotivo della madre, dall’ottavo mese di gravidanza ai primi tre mesi di vita del bambino, come “preoccupazione materna primaria”: un assorbimento psicologico totalizzante sovrapponibile ad uno stato patologico, una fusione simil-psicotica. Durante questa delicata fase fisiologica, la donna è estremamente fragile ed è pertanto indispensabile il sostegno pratico ed emotivo del partner e della famiglia per poter svolgere funzionalmente e serenamente il ruolo materno.

Attraverso lo sguardo intenso della madre e la sua intenzione comunicativa, il bambino scopre il codice profondo delle relazioni umane, attivando un imprinting che lo accompagnerà per tutta la vita. La madre è in grado di imitare e rispecchiare istintivamente le espressioni e i comportamenti del bambino, aiutandolo a strutturare l’intersoggettività e aggiungendo qualcosa che appartiene solo a lei. L’attribuzione di uno stato mentale da parte della madre è fondamentale per consentire al piccolo l’acquisizione della capacità di mentalizzazione, condizione basilare per le relazioni umane. Winnicott afferma che il bambino scopre negli occhi della madre l’immagine che lei si è costruita di lui e questo rispecchiamento lo aiuta a sviluppare il proprio sé.4

Studi di neuroimmagine hanno ritrovato nei neuroni a specchio le basi neuronali dei processi intersoggettivi come l’empatia e il rispecchiamento e hanno inoltre evidenziato una stretta correlazione delle aree cerebrali attivate dall’amore materno e dall’amore sentimentale. Entrambe le forme d’amore sono esperienze finalizzate evolutivamente a perpetuare la specie umana, attivano i circuiti della gratificazione (reward) e disattivano le aree cerebrali connesse alle emozioni negative, al giudizio e alla capacità di mentalizzazione. Quest’ultimo dato scientifico è quindi a sostegno dei detti popolari “ogni scarrafone è bello a mamma sua” e “l’amore è cieco”.5

M. Recalcati6 considera questi detti popolari come espressione della qualità assolutamente particolareggiata dell’amore materno. Egli utilizza come metafora l’immagine delle mani della madre che tengono, sostengono, non abbandonano, per descrivere la natura dell’amore materno che è innanzitutto presenza. L’autore evidenzia due tendenze patologiche della maternità odierna: la madre che sopprime il suo essere donna e la donna che nega il suo essere madre. Nel primo caso vi è una totale identificazione (disfunzionale) nella funzione materna, con una dedizione totale alla cura dei figli. Nel secondo caso, vi è un rifiuto della maternità, in quanto la priorità della donna diventa unicamente quella dell’autoaffermazione a livello lavorativo o sociale, al punto da considerare i figli come un impedimento. Il compito della madre, difficile e gravoso, è quello di riuscire a trovare un equilibrio tra la dimensione di cura ed il legittimo bisogno di affermazione; di certo tale dinamica non è favorita dalle attuali politiche sociali e lavorative. La madre “funzionale” è quella che non è totalmente identificata nel ruolo di cura e che permette quindi al bambino di sperimentare la sua assenza, affinché questi possa sviluppare la capacità di simbolizzazione e la creatività. Il desiderio della donna non può e non deve esaurirsi nella dimensione materna; la presenza del padre può essere utile in tal senso. I momenti di collera e irrequietezza della madre indicano che la donna rifiuta il sacrificio, avanzando richieste non riducibili al ruolo materno. In questo senso, l’atto simbolico del padre non determina la separazione madre-bambino, ma può solo confermarla. Se il desiderio della donna fosse interamente catturato dal figlio, infatti, non sarebbe possibile alcuna separazione.

La maternità è fatta anche di attesa, durante i lunghi mesi della gravidanza, di una vita che non si possiede ma si ospita: “L’incontro con un figlio è l’incontro con un assoluto che non è comparabile, che non può essere confuso con nessun altro; esistenza irripetibile che non trova alcuna analogia di sé stessa nel mondo, trascendenza, vita nuova, vita che viene al mondo come insostituibile, inimitabile, combinazione singolare di necessità e libertà.”7 Essere madre significa anche saper far esperienza della perdita, già con la nascita del bambino. L’icona cristiana di Maria ben rappresenta queste dimensioni della maternità ed il suo mistero: ogni madre è chiamata a dare il proprio corpo ad una vita che non può immaginare, prevedere, definire, e che deve necessariamente perdere.

Una delle declinazioni patologiche della maternità consiste infatti nel vivere il figlio come una proprietà. In ogni madre sono presenti due tendenze: una parte funzionale che è disposta a separarsi dal figlio, l’altra potenzialmente patologica che rivendica un possesso esclusivo su colui che ha generato. L’ombra della madre è la parte che vuole possedere, divorare, soffocare il figlio, ridurlo ad oggetto del proprio godimento, a differenza della madre realmente amorevole che lascia andare il figlio, con fiducia. La madre che diventa soffocante è quella che ha rinunciato alla sua femminilità: il potere assoluto che essa sperimenta nei confronti del neonato e il godimento che ne deriva, rischiano di oscurare ogni altro interesse, primo fra tutti quello verso il partner. L’ombra dell’appropriazione aleggia anche su quelle donne che vogliono avere un figlio a tutti i costi, senza considerarlo come la metafora di un amore tra due persone, ma piuttosto come una conferma narcisistica di una presunta onnipotenza. L’altra versione dell’ombra è costituita dal rifiuto inconscio della maternità ed è caratterizzata da indifferenza, distrazione, disinvestimento del desiderio nei confronti del figlio vissuto come un peso, competizione soprattutto con la figlia femmina, allontanamento e fuga. Il disamore, ancor più di un amore eccessivo, rende difficile la separazione psicologica dalla madre. La madre diventa così oggetto di recriminazioni infinite, avendo trasmesso ai figli un senso di inadeguatezza ed un bisogno di perfezionismo incolmabili.

I pensieri materni nella fase del concepimento e durante la gravidanza creano nel bambino una memoria inconscia talmente radicata da poter influenzare il senso della sua vita. Scrive Recalcati: “Più importante di assicurare soddisfazioni e gratificazioni al bambino è aver accolto la sua vita nel desiderio, è averla desiderata, voluta sin da prima del suo concepimento. Se questo desiderio è assente, se non è voluto, se nessun desiderio lo attende, le conseguenze sono una mutilazione del suo sentimento della vita”.8 Inconsciamente, l’individuo sentirà di non aver diritto di esistere e avrà difficoltà a trovare il suo posto nel mondo.

La gravidanza può essere connotata da elementi angosciosi. A livello inconscio, la donna può ritenersi incapace di generare un figlio sano o adeguato. A livello consapevole, è risaputo che la nascita della vita è sempre strettamente connessa a fantasmi di morte. L’angoscia può essere più intensa se la madre si trova da sola ad affrontare questa fase della sua vita, mentre può essere mitigata dalla presenza del padre.

Recalcati indaga inoltre il senso profondo della maternità come capacità di accogliere l’alterità del figlio tramite un gesto adottivo iniziale e un amore assolutamente particolare, perché riguarda quel figlio nella sua unicità. Questo amore per il bambino reale può esistere solo a partire dal lutto del bambino ideale. Senza questa elaborazione, il corpo ingovernabile del neonato può diventare fonte di un’angoscia insostenibile, tanto da condurre all’atto dell’infanticidio. L’esistenza reale e necessariamente imperfetta del figlio non può essere accettata se la donna non è riuscita ad accettare la propria imperfezione e quella di sua madre, se non è stato reciso il legame simbolico madre-figlia. L’accesso alla potenza della generatività rappresenta la forma forse più radicale dell’eredità: diventare madre significa dover abbandonare il ruolo esclusivo di figlia. Senza questo passaggio, il bambino reale può apparire non amabile, spesso come riflesso del senso di inadeguatezza della madre in quanto “figlia non all’altezza”.

La madre dona al figlio la vita, la sua presenza amorevole ma anche la sua mancanza, la sua insufficienza, la sua vulnerabilità. E’ attraverso questa consapevolezza che una madre può perdonare sé stessa per la sua imperfezione, per le sue carenze, e che è possibile “perdonare” la propria madre. Questa mancanza è ancora più evidente nel rapporto tra madre e figlia, in quanto la figlia vorrebbe dalla madre proprio ciò che non può darle: sapere cosa significa essere donna. Non esiste infatti un modello universale della femminilità, ma esistono solamente incarnazioni individuali di tante donne particolari. Ognuna è chiamata a costruire da sé questo significato, a partire dalla propria madre.

Una madre non può far altro che offrire tutta sé stessa proprio così com’è.

1 Ivi, pag. 40

2 Ivi, pag. 12

3 Ivi, pag. 14

4 Ivi, pag. 67

5 Ivi, pag. 71

6 Recalcati Massimo, Le mani della madre, Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Feltrinelli Editore, Milano, 2015

7 Ivi, pag. 26

8 Ivi, pag. 152

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