La famiglia secondo Bert Hellinger

Bert Hellinger, psicoanalista tedesco, ha sviluppato negli anni ’80 un metodo di terapia familiare sistemica transgenerazionale: le costellazioni familiari. In base a questo approccio, le persone, per fedeltà inconscia al sistema familiare di appartenenza, mostrano sintomi e riproducono comportamenti non desiderati come riflesso di conflitti non risolti dalle generazioni precedenti. I principi che regolano i sistemi familiari sono:

  • l’appartenenza: tutti i membri hanno lo stesso diritto di appartenere; l’esclusione di una persona provoca uno squilibrio nel sistema, obbligando un altro soggetto a rappresentarlo;

  • l’ordine: ognuno ha il proprio posto, innanzi tutto in base all’ordine cronologico di nascita; i genitori vengono prima dei figli, il primogenito ha la precedenza sul secondogenito, e così via; colui che occupa un posto non suo non potrà vivere pienamente il suo destino;

  • l’equilibrio tra dare e prendere: se chi ha preso non ricambia equamente chi ha dato, qualcun altro all’interno del sistema sarà chiamato a ripagare i debiti; onorare e ringraziare chi ha dato di più è un modo per ristabilire l’equilibrio.1

Se all’interno di una famiglia si generano degli squilibri in uno o più dei livelli sopra descritti, o se qualcuno non si assume il peso del proprio destino e/o la responsabilità delle proprie azioni, un membro della nuova generazione sarà chiamato inconsciamente a compensare, per amore della famiglia.

La visione sistemica apre la consapevolezza all’importanza della dimensione familiare per la vita del singolo, e ancor più per la coppia che entra nella dimensione genitoriale. All’interno del sistema “coppia”, infatti, entrano a far parte non solo i due partners, ma anche le loro famiglie d’origine e i partners precedenti.

Secondo la visione di Hellinger, infatti, non si può sfuggire ai suoceri: non ci si lega soltanto alla persona come singolo, ma anche ai suoi genitori e, in una visione ancora più ampia, a tutta la sua famiglia d’origine, come fonte di regole e tradizioni. Affinché un rapporto di coppia abbia successo, ognuno dei due compagni deve lasciare la propria famiglia. Non soltanto in senso esteriore: ciascuno deve lasciar perdere alcuni principi che valgono nella sua famiglia e costruirne con il proprio compagno di nuovi che in un certo senso facciano giustizia ad entrambe le famiglie. Su questo nuovo piano, la coppia può vivere un rapporto interiore. C’è chi dice: la mia famiglia va benissimo, a differenza di quella del mio compagno. Questo avvelena il rapporto di coppia. Chi sposa una persona deve sposare anche la sua famiglia. In altre parole, deve rispettare la famiglia dell’altro come se fosse il compagno stesso. Solo così questo amore può funzionare.” (Hellinger)2

La rinegoziazione delle regole familiari è indispensabile anche riguardo l’educazione dei figli. I neo-genitori, nella ridefinizione dei codici genitoriali ereditati, devono attraversare l’angoscia di separazione dalle famiglie d’origine: devono essere disposti a tradire il sistema d’appartenenza per generarne uno nuovo, sopportando il conseguente senso di colpa. Solitamente padre e madre considerano giusto ognuno ciò che era considerato giusto o mancava nella propria famiglia d’origine. Il figlio segue e accetta come giusto ciò che è importante o che manca per i suoi genitori. Se uno dei due genitori si impone sull’altro in termini educativi, il bambino si allea con il genitore sottomesso. Da qui l’importanza per i partners di superare la dualità giusto-sbagliato, di accettare anche le regole familiari dell’altro e di rinegoziare uno stile genitoriale che sia proprio della coppia.

Nella transizione alla genitorialità, riemerge lo spazio mentale del bambino che si è stati. Attraverso il figlio, i neo genitori rivivono la propria infanzia cercando di riparare a quei disagi e a quelle sofferenze che sentono di aver vissuto nella famiglia d’origine. Ma il modo in cui si vive l’esperienza della genitorialità ha radici lontane e viene strutturato attraverso la trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento.3 Ad esempio, nella donna che aspetta un bambino riemerge lo spazio mentale della bambina che è stata, riattivando una rappresentazione di sé uguale a quella che la madre aveva di sé in relazione alla propria madre. Quindi, pur esplicitando l’intenzione di agire secondo modalità affettive ed educative diverse da quelle dei propri genitori, si finisce spesso e volentieri per mettere in atto i medesimi modelli comportamentali oggetto di critica. Questa necessità di differenziazione è funzionale alla definizione e all’affermazione della propria identità genitoriale, ma se viene vissuta con l’intenzione di essere migliori rispetto ai propri genitori, può essere fortemente disfunzionale.

Secondo Hellinger, è fondamentale che il genitore mantenga una visione interiore in cui lui è il “grande” e il figlio è il “piccolo”. Essere adulti significa aver messo le cose in chiaro con sé stessi, sviluppando una visione d’insieme delle cose e uno stato interno di calma e lucidità. In questo modo, dall’amore e dalla comprensione per la situazione del figlio, deriva un comportamento adeguato a sé, al figlio e alla situazione. Ad esempio, il genitore posto davanti ad un capriccio del figlio, potrà imporsi con la forza, resistere ostinatamente o anche cedere, in base al suo sentire profondo. Essere adulto significa inoltre che il genitore deve portare su di sé il peso della propria vita, accogliendo il proprio destino con tutto ciò che esso comporta, dolori inclusi, e riconoscendo le proprie responsabilità. Solo così il genitore può essere veramente disponibile per il figlio, senza il bisogno di cercare in lui un sostegno.5

Per compiere questi passaggi interiori, è indispensabile passare prima attraverso l’accettazione incondizionata dei propri genitori. Il rapporto grande/piccolo deve essere interiorizzato anche riguardo al proprio ruolo filiale. Solo guardando ai nostri genitori con rispetto, gratitudine ed umiltà, possiamo sentirci “piccoli”, permettendo al loro amore di darci la forza necessaria per essere “grandi” nei confronti dei nostri figli, facendoli sentire sostenuti e protetti. Hellinger propone a tal riguardo delle semplici visualizzazioni da poter effettuare per ricostruire dentro di noi questa immagine di “ordine” e per porre fine a lamentazioni e recriminazioni nei confronti dei propri genitori. Come nelle costellazioni, l’immagine più potente e risanatrice è quella dell’inchino davanti ai propri genitori. Abbandonando l’arroganza e la supponenza, emerge la gratitudine che permette di riconciliarsi con la vita nel suo complesso, con la forza dei genitori alla spalle.6

Infatti, i genitori danno e i figli prendono, primo fra tutti il dono della vita. Secondo Helllinger “I genitori, dando la vita ai figli, non danno qualcosa che appartiene loro. Danno ciò che sono essi stessi e a cui non possono aggiungere o togliere nulla né possono trattenere alcunché. Con la vita, danno ai loro figli sé stessi così come sono, senza aggiunte e senza riduzioni. Allo stesso modo i figli, nel ricevere la vita dai genitori, possono prendere i genitori solamente così come essi sono, senza aggiungervi né togliervi nulla né rifiutarne una parte.7 Inoltre i genitori si prendono cura dei figli, generando così un dislivello enorme nel rapporto dare-avere, che i figli non potranno mai compensare. I figli hanno bisogno che i genitori forniscano loro sicurezza, orientamento, sostegno e il proprio posto all’interno della struttura sociale.

I genitori dei genitori diventano nonni e spesso attuano delle trasformazioni sorprendenti nei loro atteggiamenti. Grazie al fatto che c’è maggior distanza tra loro e i nipoti piuttosto che tra loro e i figli, essi riescono più facilmente a percepirsi “grandi” e ad aprire il proprio cuore. Attraverso l’amore per i nipoti, i nonni nascondono l’amore per i figli, perché è tramite questi ultimi che sono nati i bambini. Se i genitori riescono a percepire questo flusso, non avranno necessità di essere invidiosi e potranno risanare antiche ferite della loro infanzia.8

Armonizzare i rapporti familiari è importante anche per i figli, perché attraverso un buon rapporto con nonni, zii ecc. essi si sentono amati e protetti da una grande famiglia.

Hellinger ci fa quindi comprendere che quanto più i genitori lavorano su sé stessi, tanto più alleggeriscono il proprio figlio, liberandolo da pericolosi fardelli altrui e lasciandolo libero di andare incontro al proprio destino. In caso contrario, il figlio si fa carico inconsciamente di pesi non propri, per l’amore incondizionato che prova nei confronti dei genitori. Ad esempio, può assumere un ruolo da “grande”, in un processo che viene definito come genitorializzazione del bambino, per rispondere a bisogni dei genitori. Sul figlio possono inoltre agire irretimenti familiari che risalgono alle generazioni precedenti, o aspetti emotivi di un partner precedente di uno dei genitori con il quale ci sono dei sospesi. Tutto ciò che all’interno di una famiglia è stato dimenticato, escluso, non onorato, continua infatti ad agire al livello sistemico inconscio, facendo in modo che uno o più appartenenti attuali si facciano carico di ricordare, di far vedere il non visto, di reintegrare l’escluso, di onorare ciò che non è stato riconosciuto. Ad esempio, i destini dei membri esclusi da una famiglia si ripetono: è necessario assegnare un posto all’escluso nel proprio cuore.

Ognuno può indagare nell’ambito della propria esistenza biografica e sistemica. Nel primo ambito, attraverso un onesto lavoro di auto-analisi, possono emergere delle questioni lasciate in sospeso con gli ex partner, sensi di colpa da integrare o responsabilità personali da riconoscere. Nel secondo ambito, quello familiare, ciascuno può ricostruire la storia della propria famiglia per cercare di individuare delle esclusioni, dovute ad esempio a morte prematura, colpe gravi, relazioni precedenti dei genitori, destini avversi (handicap, nascita fuori dal matrimonio, ricovero psichiatrico, carcere, ecc.), suicidio, incidenti, malattie gravi, adozione, emigrazione o esilio, genitori con doppia nazionalità, arricchimento a scapito di altri. Una volta individuato l’escluso, è necessario attribuirgli un posto nel proprio cuore e simbolicamente all’interno della famiglia, con rispetto per il suo destino.9

In terapia familiare, il conflitto è risolto quando tutti trovano il loro beneficio, quando ognuno è nel posto giusto, pronto ad assumersi quello che gli spetta, quando ciascuno è centrato in sé stesso e non interviene negli affari degli altri. Allora tutti ritrovano il sentimento della loro dignità e si sentono bene. Allora noi sappiamo che abbiamo la buona soluzione.” (B. Hellinger)10

1 Saita Ravizza Maura, Jung, psicogenaologia e costellazioni familiari, Psiche 2, Torino, 2011, pag. 71

2 Ulsamer Bertold e Ulsamer Gabriele, Genitori e figli, le regole del gioco, Età dell’Acquario, Torino, 2008, pag. 34-35

3 Ammaniti Massimo, Pensare per due. Nella mente delle madri, Editori Laterza, Bari, 2009, pag. 25

4 Ulsamer Bertold e Ulsamer Gabriele, Genitori e figli, le regole del gioco, Età dell’Acquario, Torino, 2008

5 Ivi, pag. 58

6 Ivi, pag. 77

7 Ivi, pag. 55

8 Ivi, pag. 82

9 Ivi, pag. 119

10 Saita Ravizza Maura, Jung, psicogenaologia e costellazioni familiari, Psiche 2, Torino, 2011, pag. 75

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